Papa in Bangladesh: "Chiedo perdono ai rohingya"

Papa in Bangladesh palo rischia di travolgere la papamobile

Papa in Bangladesh palo rischia di travolgere la papamobile

Così Papa Francesco al gruppo di profughi Rohingya al termine dell'Incontro Interreligioso ed Ecumenico avvenuto nel pomeriggio di ieri nel giardino dell'Arcivescovado di Dacca.

I sacerdoti "sono chiamati al servizio del popolo di Dio", ha poi ricordato nell'omelia (testo integrale), in cui si è soffermato sulla specificità del ministero sacerdotale. Un piccolo dettaglio che fa tutta la differenza del caso, ovviamente, tanto che la Sala Stampa Vaticana ha subito riaffermato la verità: "Francesco ha pronunciato la parola Rohingya". "Vorrei mostrare il mio dolore al capo dei cristiani". Bisognava mantenere una coltre di silenzio sui villaggi Rohingya devastati, sulle centinaia di esecuzioni pubbliche, sulla fuga di oltre seicentomila civili verso il rifugio del Bangladesh per scampare alla persecuzione, alla discriminazione, alla morte.

"Consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio - invita il Papa - esercitate in letizia e carità sincera l'opera sacerdotale di Cristo, unicamente intenti a piacere a Dio e non a voi stessi. Per quelli che vi hanno fatto male nell'indifferenza del mondo vi chiedo perdono", ha aggiunto il pontefice. Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un'altra parte.

Anzitutto vi è il dono dell'insegnamento: "Leggete e meditate assiduamente la parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato". Ha infatti ordinato 16 nuovi preti, che si vanno ad aggiungere ai 400 del Paese, che ha 160 milioni di abitanti, in stragrande maggioranza musulmani. I Rohingya aspettano e alla fine, in fila per uno, si avvicinano a Francesco, una manciata di minuti per raccontare gli orrori patiti dal loro popolo nello stato di Rakhine, dove vivevano da generazioni. L'Alto Commissario per i diritti umani dell'Onu ha definito la risposta militare birmana "sproporzionata", rispetto agli attacchi dei militanti Rohingya e ha definito quello in atto un esempio di "pulizia etnica".

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