Confiscati beni per 10 mln a Matacena

Confiscati beni per 10 mln a Matacena

Confiscati beni per 10 mln a Matacena

La Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un di sequestro e confisca di beni, emesso dalla Corte di Assise d'Appello del capoluogo - su proposta del procuratore generale Bernardo Petralia e del sostituto Domenico Galletta - nei confronti del noto armatore Amedeo Matacena, ex parlamentare ed attualmente latitante a Dubai, negli Emirati Arabi.

Deve infatti rispondere non solo dell'accusa di concorso esterno, ma anche di aver tentato di occultare il suo immenso patrimonio accumulato grazie alle mafia e con l'aiuto sia della moglie, Chiara Rizzo, che dell'ex ministro dell'Interno, Claudio Scajola.

La Corte d'Assise ha quindi stabilito che "parte dei beni che costituiscono il patrimonio del Matacena sono frutto di attività illecite e/o di ripiego dei loro proventi", ravvisando "una oggettiva, quanto marcata sproporzione" tra gli investimenti effettuati e i suoi redditi dichiarati.

Tutte le società - affermano gli investigatori e confermano i giudici - fanno parte della gigantesca galassia finanziaria che per lungo tempo ha coperto le attività di Matacena, cui oggi sono stati sequestrati anche 25 immobili aziendali, oltre che una grossa motonave della stazza di oltre 8.100 tonnellate, già utilizzata per attività di traghettamento veicoli e passeggeri nello Stretto di Messina.

Matacena Dubai, ammonta a più di dieci milioni di euro il valore dei beni sequestrati e confiscati all'ex deputato di Forza Italia.

Nel 2014 Matacena è stato condannato in via definitiva a tre anni di reclusione dalla Corte di Cassazione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e riconosciuto come uomo politico di riferimento delle cosche reggine a salvaguardia dei loro interessi. In particolare, le società si riferiscono prevalentemente alle attività di tipo armatoriale, ovvero il traghettamento e i trasporti marittimi; ma anche nel settore immobiliare e dell'edilizia che Matacena svolgeva sia nel nostro Paese che all'estero.

Insomma, è uno strumento essenziale per i clan di Reggio Calabria, che grazie a lui sono arrivati a presentare le proprie istanze anche in Parlamento, da dove - secondo alcuni pentiti - il politico si sarebbe dedicato anche ad attaccare la magistratura reggina attraverso mirate interrogazioni.

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