Trattativa Stato-Mafia: condannato dell'Utri

Trattativa, Di Matteo accusa:

Trattativa, Di Matteo accusa: "Csm e Anm non ci hanno difeso dagli attacchi"

Pena più corposa per il boss Leoluca Bagarella, condannato a 28 anni.

Dall'altro lato invece il critico d'arte e parlamentare nazionale Vittorio Sgarbi, commenta cosi la sentenza: "La condanna di Mori, Subranni, De Donno e Dell'Utri, senza prove, è un insulto allo stato di diritto". Ad essere condannato anche Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro che è stato assolto, invece, dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A spiegarlo bene l'effetto politico della sentenza è stato il deputato e questore M5s Riccardo Fraccaro: "La sentenza cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli. Il fatto che uno dei Pubblici Ministeri coinvolti nel processo - non a caso assiduo partecipante alle iniziative del Movimento Cinque Stelle - si permetta, nonostante questo, di commentare la sentenza adombrando responsabilità del Presidente Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede". "Che la trattativa ci fosse stata - ha detto- non occorreva che lo dicesse questa sentenza".

Assolto Mancino - La Corte d'Assise di Palermo ha assolto dall'accusa di falsa testimonianza l'ex ministro democristiano Nicola Mancino. Il processo ha celebrato il tentativo di ricostruire una storia che non c'è stata, in perfetta contraddizione con gli atti degli imputati. Mancino: sono stato vittima di un teorema "Sono sollevato. Non sono stati ammessi 200 documenti alla difesa e 20 testimoni", ha detto l'avvocato Basilio Milio, legale degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni.

I giudici della corte presieduta da Alfredo Montalto hanno inoltre condannato Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Marcello Dell'Utri, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Prescritte le accuse contro il pentito Giovanni Brusca. La seconda, dopo l'arresto del capo dei capi, avviata con Bernardo Provenzano e Marcello Dell'Utri, ritenuto la cinghia di trasmissione del messaggio mafioso, che convinse Silvio Berlusconi ad assumere iniziative favorevoli ai boss. Una fine che sarebbe costata molto allo Stato, che in cambio avrebbe dovuto garantire una linea più morbida in fatto di pene e 41 bis. È quanto stabilisce il reato di "Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario" previsto dall'articolo 338 del codice penale e contestato agli imputati nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. "Il verdetto dice che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al politico". La corte ha avuto la consapevolezza e la certezza che mentre in Italia esplodevano le bombe nel 1992 e nel 1993 qualche esponente dello Stato trattava con cosa nostra e trasmetteva la minaccia di cosa nostra ai governi in carica. "I fatti non sono opinioni".

"Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate - ha proseguito - La prova del nove?"

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