Libia: 30 i morti per scontri milizie

La Libia è ancora nel caos: violenti scontri tra milizie a Tripoli

La Libia è ancora nel caos: violenti scontri tra milizie a Tripoli

La settima Brigata di Tarhuna, la formazione ribelle protagonista degli scontri degli ultimi giorni a Tripoli (39 morti e 119 feriti) ha respinto il cessate il fuoco che era stato annunciato ieri e ha promesso di continuare i combattimenti "fino a che non ripulirà Tripoli dalle milizie", accusate di corruzione. La forza esterna della regione militare centrale, guidata da Osama al-Juwaili di Zintan e Mohammed el-Haddad di Misurata, ha dichiarato che non si schiererà con alcuna fazione e che il suo compito è quello di riportare la calma nella regione. Non dovrebbero essere prigionieri semplicemente perché cercavano sicurezza o una vita migliore.

Secondo Ibrahim Younis, capomissione in Libia per Msf: "I recenti scontri dimostrano come la Libia non sia un luogo sicuro per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo".

C'è chi ha il coraggio di definire questo Paese un porto sicuro. Per il diritto internazionale queste persone hanno diritto alla protezione, ma le autorità libiche, i governi dei paesi sicuri e le Nazioni Unite non sono riusciti a stabilire un meccanismo efficace per prendere in carico le loro richieste di asilo. È necessario fare di più per aiutare le persone intrappolate in Libia, occorre trovare una via d'uscita sicura e dignitosa.

Proprio mentre il presidente francese Emmanuel Macron chiedeva a gran voce di portare avanti gli accordi siglati a maggio tra la diverse parti in causa, puntando a garantire le elezioni in Libia a dicembre, a Tripoli e nelle zone limitrofe sono iniziati gli scontri, che interessano in particolare l'intersezione di Wadi Al-Rabee, a sud-est di Tripoli e Al-Khaila, il campo di Yarmouk a sud. L'Ong è presente in Libia dal 2011 e lavora nei centri di detenzione di Tripoli dal 2016, fornendo assistenza sanitaria di base, assistenza per la salute mentale e fornitura di servizi idrici e igienico-sanitari. La grande maggioranza delle persone attualmente nei centri di detenzione è stata intercettata in mare per poi essere riportata in Libia. Tali politiche, si legge nel comunicato, hanno aggravato le già precarie condizioni di vita nei centri di detenzione di Tripoli.

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